LA MIA ISLANDA – 10 ANNI DOPO

 

Benvenuti e bentornati nella rubrica dedicata ai viaggi fotografici, quest’oggi voglio raccontarvi una ricorrenza che cade questo 2026, 10 anni dal mio primo viaggio in Islanda.

Sembra ieri ma, facendo pulizia e ordinando i miei hard disk, mi salta all’occhio una cartella che recitava: “backup file raw 2016 – Islanda”. Inizialmente mi sembrava un errore, possibile che fosse già passata una decade dal mio freddo e umido battesimo in quell’isola tanto inospitale quanto affascinante? 

Come vola il tempo quando si fotografa eh?

Oggi voglio raccontarvi di quest’isola non con gli occhi di un fotografo amatore come lo ero dieci anni fa, ma con consigli ed esperienze di vita vissuta sulla mia pelle, dopo 10 anni di fotografie sulle spalle.

Negli anni è cambiato molto il mio approccio al mondo della fotografia di paesaggio, si dice che quando la tua passione diventa il tuo lavoro si perde quella fiamma che ardeva nel cuore e che, lentamente, si affievolisce. È stato così anche per me, ma solo per un certo periodo. Gli ultimi anni sono stati molto pesanti per la mia vita personale e quindi anche la sfera lavorativa ne ha risentito parecchio. Ho messo in pausa Ludendo Docere, il programma di corsi e workshop sul campo, ho accantonato la fotografia di paesaggio perché non volevo che la mia inquietudine si riversasse nella mia arte, ma ora ho raggiunto una serenità tale da poter anche affrontare l’argomento senza rabbia. Parlo di serenità e non di felicità perché la felicità è un picco, un grande scatto durante la corsa ma che si esaurisce, la serenità invece è una compagna di vita e sono fiero di averla consolidata in questi anni.

Una cosa però non è cambiata mai nella mia fotografia, ovvero il lasciarmi sorprendere. Anche questo è un argomento ricorrente nella mia vita. Molti miei colleghi pianificano tutto mesi prima, ben prima di sapere anche solo quanto costano i voli hanno già un piano che elenca i vari spot, gli orari dei tramonti e delle albe, le coordinate geografiche precise spulciate su Google Earth e anche il luogo perfetto per appartarsi per fare pipì. Si scherza, ovviamente, ma io sono proprio della scuola opposta. Io amo osservare, sapere sempre il meno possibile e trovarmi immerso in un luogo che non conosco, o del quale chiaramente conosco le informazioni necessarie per un fotografo paesaggista: quando tramonta il sole, dove mangiare, dove dormire. 

Dopo 10 anni sono fiero e orgoglioso di non essere cambiato, almeno da questo aspetto.

Per far sì che un luogo diventi tuo e che tu senta di appartenere ad esso devi viverlo più volte, non ci sono dubbi su questo. L’islanda per me è un richiamo costante, come un satellite che orbita sempre intorno allo stesso corpo celeste e del quale è dipendente. Ogni volta che torno in questa terra e sento le ruote dell’aereo che toccano la pista di Keflavìk, sento come se un pezzo del puzzle venisse inserito nel posto corretto, di nuovo. Quest’isola offre così tante meraviglie che io, in 10 anni, credo di averne godute nemmeno la metà. Però il grande vantaggio di tornare sempre nello stesso luogo è che niente è sempre uguale, le rocce si sgretolano sotto la forza del vento, le scogliere vengono erose dalle mareggiate, come è successo alla bellissima spiaggia di Reynisfjara che ora è completamente cambiata. Qui mi sento di instillare in voi un ragionevole dubbio: perché si soffre così tanto per una cosa che naturalmente doveva accadere? Non siete spronati all’idea di andare in un posto e di fotografarlo di nuovo come se fosse la prima volta? Forse questi social vi stanno uccidendo la creatività, pensateci.

Negli anni ho avuto il grande privilegio di vedere cambiare l’isola sotto i miei piedi, a volte in meglio, a volte in peggio. Sicuramente l’urbanizzazione e la presa di coscienza del popolo islandese del turismo massivo è una grande benedizione per la logistica. Mi ricordo il primo anno quando mangiare ad un ristorante costava circa 50€ a persona, ora ne costa comunque 35€, ma almeno ora possiamo scegliere tra più locali anche fuori la capitale. Ricordo la difficoltà nella gestione dei rifornimenti durante le traversate al di fuori dalla ring road, la poca segnaletica relativa ai punti di interesse o anche solo per pompe di benzina, bar e simili, ricordo la difficoltà di parlare inglese in paesini sperduti da 200 anime, dove sembrava di stare davvero fuori dalla civiltà. La globalizzazione e il turismo hanno aiutato, ma hanno anche peggiorato molti aspetti. I parcheggi sono diventati quasi tutti a pagamento, grande disagio economico oltre che ambientale perché ovviamente bisogna costruirli, le città si stanno espandendo, Vìk in primis, ogni anno ci sono sempre cantieri per la creazione di nuove strutture legate alla ristorazione, oltre che B&B e hotel. Molte cascate sono diventate a pagamento (non paghi per entrare, ma paghi per parcheggiare, bel modo di aggirare le regole), di notte queste cascate sono illuminate, come Seljalandsfoss e vi assicuro che di notte poche cose sono più rivoltanti e innaturali di una cascata illuminata nel bel mezzo di nulla. 

Col passare degli anni cresce la tecnica, la consapevolezza e la capacità di saper osservare e comprendere la bellezza di ciò che ci circonda, permettendoci di metterci sempre in discussione. “È mai possibile che 2 anni fa, in questo esatto punto, io abbia portato a casa fotografie così brutte? Ero per caso ubriaco o solo un broccolo?” Questo è quello che mi ripeto costantemente, ogni singola volta che torno in luoghi che ho già visitato in precedenza, e sicuramente succederà di nuovo quando tornerò per la seconda volta in un luogo ad oggi inedito per me.

Ma in fondo non è proprio questo il processo creativo di crescita personale che qualsiasi artista anela? La continua distruzione e rimessa in piedi diq uel che ha sempre costruito? Una volta questo processo di distruzione e creazione intaccava ogni aspetto della mia vita, oggi, invece, sono fiero che si limiti solo alla mia sfera artistica.

Tornate sempre nei luoghi che avete già visitato, non abbiate paura di sprecare il vostro tempo o non arrogatevi il diritto di dover sempre vedere tutto ciò che c’è ancora da scoprire. La vita non è una gara, non ci sono regole o traguardi, spesso le persone più felici sono quelle che hanno esplorato se stesse e si sono comprese, non quelle che hanno messo più timbri su un passaporto.

Vi ringrazio davvero di aver speso del tempo prezioso della vostra giornata per leggere queste mie riflessioni e condiviso, o meno, questo mio flusso dilagante di pensieri e tormenti.

Grazie a tutti per l’attenzione, di nuovo, immagino non sia stato il classico articolo di viaggio. Ci vediamo presto con il prossimo articolo!

Erik